Tunisia: una nuova recessione alla base della ripresa dell’esodo migratorio

Nel mese appena concluso, sono ripresi copiosi gli sbarchi dei migranti sull’isola di Lampedusa. Nelle ultime due settimane oltre 5.000 nuovi arrivi contro i soli 288 dello scorso anno, tutti per lo più su piccole imbarcazioni approdate autonomamente sull’isola. Fronteggiare una emergenza umanitaria di tali proporzioni non è mai stato semplice, ancor di più quest’anno in piena emergenza sanitaria da Covid-19. 

Si riscontra un nuovo esodo che vede protagonisti non solo migranti sub-sahariani in fuga dalle torture subite nei centri di detenzione illegale in Libia, vittime di tratta, di schiavitù e di riscatti; non solo respingimenti in mare sovvenzionati ad opera della Guardia Costiera libica; non solo soccorsi tardivi e naufragi silenti di cui si perdono le tracce. 

L’analisi dei dati riportati sul portale del Ministero dell’Interno ed in continuo aggiornamento, raccontano modalità e rotte nuove provenienti direttamente dalla Tunisia. 

Al 31 luglio 2020, sono stati registrati 6.760 nuovi arrivi (contro i 1.083 del 2019 ed i 1.969 del 2018), per un totale, dall’inizio dell’anno, di 13.710 presenze (contro 3.867 nel 2019 e 18.546 nel 2018). La catastrofe sanitaria globale provocata dal Covid-19, ha acuito una crisi sociale già presente in molti dei Paesi del Mediterraneo, in particolar modo in quelli in cui il turismo era alla base dell’economia locale. Ed infatti, dal Dicastero, emerge chiaro il dato che il 39% dei nuovi arrivi provengono dalla Tunisia (in aumento rispetto al 2019 in cui erano il 26% del totale). La nuova rotta non parte più dalle città di Sfax o di Zarzis, bensì dall’arcipelago di pescatori di Kerkennah, a soli 120 chilometri dalla vicina Lampedusa e nelle cui acque si registrano sempre più naufragi. L’ultimo, di pochi giorni fa, ha provocato la morte di 56 persone

Alla base della scelta di molti tunisini di raggiungere l’Europa, c’è la consapevolezza della perdita di prospettive per il futuro, soprattutto per i giovani che vivono nelle periferie delle regioni dell’entroterra e del sud, dove il tasso di disoccupazione giovanile sfiora il 35%. La crisi sanitaria ha contribuito a peggiorare notevolmente le condizioni di vita già di per sé precarie e la situazione rischia di precipitare. 

Nel mese di giugno, le proteste sono raddoppiate rispetto all’anno precedente. Dopo il lockdown molti giovani hanno organizzato diverse manifestazioni rivolte al Governo per l’applicazione dell’ accordo firmato nel 2017 che, avrebbe dovuto garantire la creazione di nuovi posti di lavoro anche grazie al coinvolgimento delle imprese petrolifere che operano in diverse aree del Paese, tra cui l’italiana Eni. Inoltre, nella zona costiera, oltre 400 mila lavoratori quest’anno resteranno a casa. Il settore del turismo, il 20% dell’economia del Paese, è in pieno disfacimento a causa della chiusura delle frontiere e dell’instabilità sociale, economica e climatica che si intreccia con la questione migratoria nel Mediterraneo. Simbolo di tale crisi è per l’appunto Kerkennah, che ha cambiato volto da quando la società tunisina Thyna Petroleum e il colosso britannico dell’industria petrolifera Petrofac, hanno cominciato a trivellare a pochi chilometri dalle spiagge. Prima di trasformarsi in un porto di partenze, Kerkennah è stata un porto di arrivi, un tempo perla del turismo, famosa per la pesca e per le sue acque cristalline, di proprietà dei suoi stessi abitanti. Ogni famiglia dell’isola possiede infatti una “parcella di mare” delineata da barriere naturali costruite con foglie di palme piantate nella sabbia e tramanda di generazione in generazione quelle tecniche di pesca ancestrali riconosciute come patrimonio immateriale dell’Unesco.

Ma da quando anche il fragile equilibrio tra uomo e natura si è rotto sono gli stessi abitanti dell’isola a partire. Tant’è che, da giugno, si riscontrano flussi migratori non solo di singoli giovani ma anche di interi gruppi familiari con un tasso medio/alto di scolarità e professionalità che lasciano scorgere una recessione in atto che non si vedeva dai tempi dell’indipendenza del 1956. 

Il Primo Ministro Elyes Fakhfakh si è dimesso il 15 luglio dopo soli sei mesi dalla sua nomina. Il Presidente tunisino, Kais Saied, sabato 25 luglio ha dato l’incarico di formare un nuovo Governo a Hichem Mechichi, ex Ministro degli Interni, considerato politicamente indipendente e auspicabilmente capace di ristabilire gli equilibri perduti. Se Mechichi non riuscirà a trovare una maggioranza nel giro di un mese, il Presidente Kais scioglierà il Parlamento e convocherà nuove elezioni, con tutte le conseguenze annesse. 

Il 27 Luglio il nostro Ministro degli Interni Luciana Lamorgese ha incontrato a Tunisi il Presidente Kais  ed il Premier incaricato Mechichi. Nell’avvenuto colloquio, le autorità tunisine hanno espresso la volontà di collaborare per bloccare le partenze illegali e ristabilire le condizioni economiche e politiche nel Paese, intensificando i controlli sia sul territorio, sia alle frontiere marittime. Di contro, l’Italia garantirà l’addestramento delle forze dell’ordine, la manutenzione delle motovedette (comprese quelle non donate dall’Italia), dei radar per il pattugliamento delle coste e dei motori fuoribordo. Fra gli accordi raggiunti, vi è anche l’intenzione del Viminale di riprendere i rimpatri nel mese di agosto.

Il 31 luglio la Lamorgese ha incontrato anche il collega francese Gerald Darmanin, il quale è intervenuto a supporto dell’Italia sia per quanto riguarda il pattugliamento delle frontiere, sia per quanto riguarda il ricollocamento e la ridistribuzione dei migranti.

Nel mentre si cercano nuovi accordi in Europa sul fronte dei rimpatri ripartendo dall’accordo di Malta, Lampedusa chiede lo stato di emergenza, chiude l’hotspot dell’isola, ormai al collasso per esubero di presenze ed attende l’arrivo della “nave quarantena” che ospiterà 678 migranti ancora presenti nel centro. 

Dopo l’estate la Commissione Europea presenterà un nuovo “Patto Europeo sull’immigrazione” che cercherà di dare concretezza ai principi comuni di solidarietà ed equa ripartizione degli oneri fra tutti gli Stati membri.  

In supporto alle politiche di salvataggio e soccorso in mare, a Milano, il 29 luglio è stato presentato il progetto di una nuova flotta battente bandiera  italiana. Si chiamerà ResQ – People Saving People – una nuova associazione composta da 130 soci fortemente motivati a garantire il soccorso dei migranti in fuga attraverso il Mediterraneo Centrale. L’iniziativa è stata molto apprezzata all’inaugurazione dall’intervenuto Filippo Grandi, Alto Commissario dell’UNHCR il quale, applaudendo, ha ribadito che “l’Italia non ha scuse nel chiudere i propri porti perché soccorrere è una responsabilità collettiva che riguarda l’Italia e l’Europa”. Il progetto ha un costo complessivo di circa 2,1 milioni di euro e consentirà, entro la fine del 2021 l’acquisto di una nave di 40 metri allestita per effettuare soccorso e ricerca in mare e con a bordo personale qualificato composto da medici, infermieri, mediatori culturali, fotografi e giornalisti. Una iniziativa che intende colmare l’attuale assenza forzata delle ONG dal Mediterraneo in un periodo storico in cui il fenomeno migratorio è in netta ripresa rispetto ai due anni precedenti.

di Eleana Elefante