Uno sguardo d’insieme sulla Balkan Route

Intervista a Massimo Moratti,  vicedirettore dell’Ufficio europeo di Amnesty International

“Le persone si sono recate dalla Turchia alla Grecia per cercare sicurezza, eppure sono state accolte con una violenza così grave che almeno due persone sono state tragicamente uccise. Le accuse di violenza devono essere indagate prontamente e in modo imparziale. Tutti dovrebbero essere trattati umanamente, protetti dalla violenza e avere accesso alla protezione nei Paesi in cui cercano sicurezza”, ha detto Massimo Moratti, vicedirettore dell’Ufficio europeo di Amnesty International, presentando alla stampa l’indagine EUROPE: CAUGHT IN A POLITICAL GAME: ASYLUM-SEEKERS AND MIGRANTS ON THE GREECE/TURKEY BORDER PAY THE PRICE FOR EUROPE’S FAILURES, svolta dalla sua organizzazione rispetto a quanto accaduto alla frontiera greco-turca nei mesi scorsi.

“A fine febbraio, inizio marzo, il presidente turco Erdogan ha dichiarato che non avrebbe più fermato la gente che voleva lasciare la Turchia, dichiarando i confini aperti. Un segnale forte e chiaro. Le guardie di frontiera turche, al confine con la Grecia, hanno cessato i controllo e autobus gratuiti trasportavano chi lo volesse al confine, nella zona di Edirne”, spiega Moratti. “Va detto che quella zona è vicina anche al confine con la Bulgaria, ma il flusso era diretto solo in Grecia.. Avendo lavorato tanto, in questi anni, con le persone lungo la Balkan Route, era chiaro cosa sarebbe successo: le parole ‘borders are open’ sono come una formula magica che mette le persone in moto, in generale, figurarsi quando questo messaggio arriva direttamente dal presidente della Turchia.”

A quel punto, per qualche giorno, la situazione è diventata davvero insostenibile. “Ovviamente i confini erano aperti solo dalla parte turca, la Grecia ha messo in campo uno spiegamento di forze notevole, sia di polizia che dell’esercito. Questo ha generato – per alcuni giorni – violenti scontri tra coloro che tentavano di passare e le forze dell’ordine greche, che li hanno respinti utilizzando gas lacrimogeni, effettuando arresti e, in due casi che abbiamo potuto documentare, ha utilizzato pallottole che hanno causato almeno tre vittime”, spiega il dirigente di Amnesty International. Alcune persone sono riuscite ad entrare in Grecia, ma sono state fermate e tenute in detenzione in siti non ufficiali e poi respinti.
“È andata avanti alcuni giorni, secondo le autorità turche circa 150mila persone si erano messe in movimento, un numero che sembra certamente esagerato, ma è molto difficile sapere quanti davvero sono riusciti ad arrivare nella zona del fiume Evros, che segna il confine tra due stati. E’ certo che parecchie migliaia sono rimaste in zona, dormendo all’addiaccio, nel tentativo di passare. La situazione è andata avanti fino ai primi giorni di marzo, poi alcune persone sono tornate indietro, altre si sono praticamente accampate là. Il 27 marzo le ultime persone sono state sgomberate dagli agenti turchi per ragioni sanitarie, avendo il timore che si potesse diffondere il virus Covid-19. In parallelo, a inizio marzo, erano ripartite anche le imbarcazioni dalla costa turca dirette verso le isole greche come Lesbo, Samos e le altre.
Anche in questo caso la situazione era molto preoccupante per queste persone: dalla parte greca abbiamo registrato tentativi di motovedette di affondare i gommoni, oppure casi di persone che sono arrivati a Lesbo e sulle altre isole, ma sono stati respinti dai cittadini sulla costa, alcuni sono stati costretti a rimanere sulle imbarcazioni per ore senza poter sbarcare. Centinaia sono sbarcati, ma non hanno potuto richiedere asilo, perché i greci prima li hanno tenuti sulle spigge e sulle barche, poi, con un decreto presidenziale, hanno sospeso il diritto d’asilo. E questo non si può fare, e’ una violazione della Convenzione dei rifugiati, una mossa illegale del governo greco, come illegali sono stati i respingimenti alla frontiera di quei giorni, le violenze e le detenzioni illegali. Oggi quel decreto presidenziale non è stato confermato dal parlamento, dopo un mese, ma gli uffici per le richieste d’asilo sono chiusi causa pandemia.”

Della Balkan Route si torna a parlare ciclicamente, come è accaduto a fine febbraio, per crisi intense, ma in realtà è una rotta che non si è mai fermata e che – da anni – è teatro di abusi e violenze sulle persone. “Una situazione che varia nel tempo, ma con un trend costante. Nel 2015 c’è stato l’afflusso di quasi un milione di persone. Dalla Turchia, passando per la Grecia, Macedonia, Serbia, verso la Slovenia e l’Austria e la Germania. Nel giro di pochissimi giorni, perché di fatto esisteva un accordo da parte delle autorità a lasciar passare quelle persone lungo una sorta di corridoio umanitario – spiega Moratti – Poi è arrivato l’accordo tra Ue e Turchia, dove quest’ultima si impegnava a farsi carico di queste persone. Accordo che già all’epoca Amnesty ha criticato, perché mancavano le garanzie per queste persone in Turchia, ma secondo l’Ue quell’accordo era un modello da seguire. Solo che la rotta non si è mai chiusa, anche se è differente nei numeri, che si ingrossano ciclicamente. Le isole greche via mare e l’Evros a piedi continuano a essere luoghi di arrivo; nelle cinque isole greche con i campi si assiste a una vergogna dell’Europa. Nei campi,al momento, c’è un numero sei volte superiore alla loro capacità massima di accoglienza, circa 37mila persone, vi sono incidenti e proteste di continuo, causati proprio dalle condizioni dei campi: lo scorso week end, vi sono stati due incendi nel campo di Samos, un altro la settimana prima. Nei campi si accumulano persone, che vengono lasciate languire, senza alcun progetto o integrazione, in attesa di procedure che tardano a dare risposte. Intanto cresce la tensione con la popolazione locale, i loro sentimenti xenofobi, mentre restano disumane le condizioni nei campi delle varie isole.”

A questo quadro già complesso, negli ultimi mesi, si è aggiunta anche la pandemia.
“Un problema aggiuntivo. All’inizio, e ancora adesso, nelle isole si sono registrati pochissimi casi e e questo ha mostrato come spesso sono i rifugiati a dover essere protetti, non certo a portare problemi sanitari, nonostante la stigmatizzazione che subiscono sull’argomento. Ci sono – in quella situazione – delle problematiche enormi per il distanziamento sociale, ma anche aspetti positivi: pare che il governo greco sia intenzionato a trasferire almeno 2300 persone dai campi nelle isole sulla terraferma.”

In altre zone della Balkan Route, invece, il Covid-19 è diventato una giustificazione per drastiche limitazioni alle libertà delle persone in transito. “In Serbia e in Bosnia-Erzegovina le autorità hanno adottato misure drastiche, obbligando le persone nei campi. In Bosnia-Erzegovina, a Lipa, è stato completato un centro con tende per accogliere quelli che sono in giro, ma sono soluzioni che durano 10-15 giorni prima di deteriorarsi, non sono soluzioni a lungo termine. In compenso, i leader politici della Repubblica Serba della Bosnia-Erzegovina e lo stesso Ministro della Sicurezza della Bosnia hanno dichiarato nei giorni scorsi che ritengono i migranti un problema di sicurezza interna, annunciando di volerli rimpatriare. Cosa che non possono fare perché mancano sia le garanzie per il rimpatrio, che gli accordi con i paesi d’origine e molto probabilmente non ci sono nemmeno i mezzi per farlo. In Serbia, che pure in passato si era comportata con moderazione, la situazione è stata militarizzata, le ong son rimaste fuori dai campi e nei giorni scorsi sono stati anche esplosi colpi in aria per tenere a bada le persone. Va detto che il governo serbo ha adottatto misure dure con tutti i cittadini, ma la reazione è molto dura.”

E per finire la Croazia. Già oggetto di un altro duro rapporto di Amnesty International, Pushed to the edge: Violence and abuse against refugees and migrants along Balkan Route, reso pubblico a marzo dello scorso anno, venivano registrate violenze fisiche e violazioni dei diritti dei richiedenti asilo, come anche in Ungheria. Quali novità ci sono da questo punto di vista?
“Ancora nulla di concreto, purtroppo”, spiega il dirigente di Amnesty. “La Croazia in particolare, come l’Italia nel Mediterraneo, teme le registrazioni delle persone che entrano, perché questo la obbligherebbe a riprenderle una volta respinte alle frontiere successive. Allora lasciano andare, non le registra e non offre diritto d’asilo, ma le respinge illegalmente. Nel farlo, usa la violenza. Orami le prove sono differenti e concrete, il tentativo di negare queste violenze non è credibile. Al Parlamento europeo se ne parla, si sta lavorando a un nuovo patto sull’asilo, che dovrebbe vedere la luce nei nei prossimi mesi. Serve però una soluzione strutturale sul diritto d’asilo, un’evoluzione in senso solidale, altrimenti se si continua a esternalizzare la questione dei rifugiati e migranti a paesi terzi avremo sempre situazioni come la Libia, la Turchia o i Balcani.”

di Christian Elia