Afghanistan, deportati all’inferno

03 AGOSTO 2021

Mentre le forze ribelli sono sempre più vicine al controllo del paese, l’Austria annuncia che non fermerà le deportazioni verso Kabul

Il ritiro delle truppe della coalizione internazionale che invasero l’Afghanistan nel 2001, in risposta agli attentati negli Usa, coordinati dai leader di al-Qaeda che si nascondevano nel paese asiatico, è ormai realtà.

Dopo venti anni di conflitto, gran parte dei problemi non sono risolti, nonostante l’enorme investimento economico della missione militare e il gravissimo costo in vite umane.

Un aspetto di questo dramma è quello dei cittadini afgani che in questi anni sono fuggiti da un paese che, secondo UNAMA (la missione Onu per l’Afghanistan) è molto più pericoloso oggi che nel 2001; non a caso gli ultimi anni sono stati quelli con il maggior numero di vittime civili.

In un nuovo rapporto pubblicato lunedì scorso, le Nazioni Unite hanno affermato che nei primi sei mesi del 2021 sono stati uccisi più di 1.500 civili, quasi la metà dei quali donne e bambini.
Secondo gli autori del rapporto, ciò costituisce il più grave aumento documentato di uccisioni nell’arco di sei mesi da quando le Nazioni Unite hanno iniziato a tenere traccia delle morti e delle vittime civili afgane nel 2009.

Questo però, dal 2016 in poi, non ha impedito agli stati europei di autorizzare rimpatri forzati di afgani, grazie a un accordo siglato tra il governo di Kabul (che altrimenti avrebbe perso i suoi aiuti umanitari) e l’Ue, nel quale il governo afgano si impegnava a ricevere le persone respinte dall’Europa.

Il ritiro delle truppe internazionali, però, e l’avanzata sempre più rapida delle forze che si oppongono al governo filoccidentale di Kabul, hanno fatto porre molte domande a istituzioni internazionali, ong e governi. È lecito rispedire queste persone, contro la loro volontà, verso quello che è un teatro di guerra ogni giorno sempre più pericoloso?

Il cancelliere austriaco Sebastian Kurz è convinto di sì. “Le deportazioni dall’Austria all’Afghanistan continueranno comunque”, ha affermato il capo del governo di Vienna in un’intervista al quotidiano tedesco BILD, pubblicata domenica scorsa.

Kurz, nella stessa intervista, ha ammonito l’Unione Europea sul fatto che – a suo dire – questa situazione comporterà un numero maggiore di rifugiati e migranti afgani diretti in Europa. Quindi se da un lato il cancelliere austriaco non vede motivi per non respingere queste persone, ammette che la situazione è peggiorata al punto da far aumentare il flusso di profughi, rifugiati e richiedenti asilo.

“Ci sembra che migliorare la situazione in Afghanistan sia l’opzione migliore rispetto ad accogliere più migranti afgani”, ha detto Kurz, senza specificare però cosa si potrebbe tentare dopo il fallimento di questi venti anni. “L’Austria e la Germania che accolgono un gran numero di persone come nel 2015 non possono risolvere i problemi dell’Afghanistan”, ha aggiunto Kurz.

L’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati stima che da gennaio 2021 siano 270.000 gli afgani sfollati all’interno del Paese, portando il numero delle persone costrette a lasciare le proprie case a oltre 3,5 milioni. Almeno la metà dei 33,5 milioni di residenti nel paese ha bisogno di assistenza umanitaria, secondo Ramiz Alakbarov, vice rappresentante speciale delle Nazioni Unite per l’Afghanistan

A metà luglio, lo stesso governo afgano aveva rivolto un appello all’Ue chiedendo la sospensione dei rimpatri in un momento così difficile, ma solo la Finlandia e la Svezia hanno risposto positivamente, specificando però che si tratta solo una ‘sospensione’.

“La situazione della sicurezza in Afghanistan non permette di rimpatriare persone verso quel Paese se non mettendo a repentaglio le loro vite”, hanno scritto in un appello all’Ue oltre 30 ong internazionali, chiedendo la sospensione immediata dei rimpatri forzati.

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