Lungo la Balkan Route

Intervista a Silvia Maraone di IPSIA – Istituto Pace Sviluppo Innovazione Acli

La situazione al confine nord-occidentale della Bosnia–Erzegovina, dove si concentra il numero più alto di migranti e dove sono stati creati i centri di accoglienza e transito dell’International Organization of Migration (IOM) in questi anni, continua a essere tesa. Nei campi, che sono uno a Velika Kladusa, uno nel comune di Cazin per le famiglie, e poi quelli di Bihac, e quello a Lipa, creato in mezzo al nulla durante l’emergenza Covid, nei mesi estivi i migranti – che erano rinchiusi nei campi – hanno ripreso a muoversi verso il confine con la Croazia, ma nello stesso periodo sono arrivate migliaia di persone dalla Grecia e dalla Serbia, dove erano stati fermati a loro volta prima. Questo ha creato, come ogni anno nel periodo di massimo flusso, una situazione per la quale tante persone sono nel cantone di Una Sana che è saturo. Il governo cantonale, da due anni e mezzo, ha creato un consiglio d’emergenza del quale fanno parte esponenti del cantone, dell’ospedale locale, dell’ufficio stranieri e dei comuni di Bihac e Kladusa. Ogni tanto questo consiglio emana procedure e direttive che dovrebbero servire a regolare i flussi. Da giugno, quando il numero degli arrivi saliva, il consiglio ha dichiarato che nei campi per uomini soli non si potevano più registrare nuovi arrivi. Chi arrivava era da alloggiare nel campo di Lipa, che è una tendopoli da mille posti, ed è pieno. Così sono iniziate le deportazioni, con le pattuglie della polizia che catturano chi dorme per strada o nelle case e nelle fabbriche abbandonate. Li portano a Lipa, ma non c’è posto.
Al momento, più o meno, sono 9000 le presenze in Bosnia-Erzegovina e più della metà di loro si trova nel cantone di Una Sana. L’ IOM deve accettare questa situazione, anche a Sarajevo i campi sono pieni. Sempre più persone sono per strada, c’è sempre più polizia in giro, a Velika Kladusa le proteste popolari contro i campi informali sono sempre più forti e alcuni cittadini si sono autorganizzati in ronde notturne per dare la caccia ai migranti e per ‘invitarli ad andare via. Ci sono testimonianze di pestaggi, vengono attaccati gli autobus che trasportano i migranti, si passa dalle proteste agli attacchi fisici. Dopo questi fatti, mentre montava la tensione, la polizia a Bihac ha rafforzato le deportazioni, senza fermare le proteste. Il cantone non accetta più migranti, sono chiusi gli accessi al cantone e niente più bus e taxi per queste persone, che vengono lasciate al confine del cantone. Questo fa fiorire il traffico con i cittadini che per soldi li portano per le strade secondarie e neanche le famiglie vengono registrate nei campi. Una situazione che si deteriora sempre più, mentre fino al 2018 c’era un atteggiamento molto differente verso queste persone.
Su 10mila persone nessuno nega che ci siano anche persone che commettono reati, ma non si può criminalizzare tutti e i media non aiutano affatto.
Sulla pelle dei migranti si consuma una lotta politica interna alla Bosnia-Erzegovina, dove le altre parti del paese – come la Repubblica Srpska (l’entità serba creata dopo il conflitto degli anni Novanta ndr) – non vogliono migranti. Non so come andrà a finire, ma ne vediamo i risultati sulla pelle della gente.”

A raccontare la situazione sulla cosiddetta Balkan Route è Silvia Maraone, che lavora per IPSIA – Istituto Pace Sviluppo Innovazione Acli, un’organizzazione che da anni si occupa di Balcani. Come Silvia, esperta di Balcani e migrazioni, che coordina i progetti a tutela dei rifugiati e richiedenti asilo lungo la rotta balcanica per IPSIA e Caritas Italiana, in particolare in Serbia e Bosnia-Erzegovina.

“Ho iniziato nel 1993, come volontaria nei campi profughi in Slovenia durante il conflitto nella ex-Jugoslavia. Con dei furgoni, tutte le settimane, portavamo aiuti materiali e ci occupavamo di attività per i bambini, gli anziani, le donne e tutti i soggetti particolarmente vulnerabili nei 23 campi profughi che c’erano allora in Slovenia. E lo faccio ancora, venti anni dopo, prima in Grecia, poi in Serbia e ora di nuovo in Bosnia-Erzegovina, dove ho vissuto e lavorato in questi anni. Un legame molto forte, sia mio che dell’organizzazione, con questa regione in questi anni. E spiace vedere che in 25 anni la Bosnia-Erzegovina non è migliorata, ma è peggiorata, con un paese fragile e corrotto. Basti pensare che ufficialmente sono 3,5 milioni gli abitanti, ma solo 2 milioni sono ancora qua. Un paese che viene abbandonato, che non ha fatto i conti con quello che è accaduto in passato.”

La Balkan Route, come la stessa storia di Silvia insegna, è sempre esistita. Ma il 2015 è stato un anno chiave. “Certo, c’è sempre stato un traffico su questa rotta. Prima si trasportava eroina e oppiacei, poi armi da e per il Medio Oriente, negli ultimi anni è stata la volta prima dei kossovari e poi delle persone della ex-Jugoslavia e, infine, dal 2014, il boom degli arrivi dalla Turchia di persone in fuga dalle violenze della Siria, dell’Iraq e dell’Afghanistan. Nel 2015 quasi un milione di persone è transitata da questa rotta – spiega Maraone –un anno straordinario, che ha sconvolto l’Europa: una migrazione differente da quella del Mediterraneo o della Spagna. Abbiamo assistito all’arrivo di famiglie disperate, c’è stata una presa di coscienza, come per il caso del piccolo Aylan Kurdi, che ha smosso le coscienze e la politica. Per qualche mese, a partire dalla Merkel, c’è stata una grande apertura con una grande copertura mediatica, che anche se non è giusto, faceva più presa dei poveri africani dei barconi. Poi la rotta di terra, con numeri importanti, ma più bassi della rotta mediterranea, è diventata meno importante. Un altro momento mediatico c’è stato nel 2017, quando le immagini delle baracche a Belgrado, con le persone nella neve, ha riportato alla memoria le immagini dei campo di concentramento. Ma è finita: ora sono per la maggior parte uomini da soli, non ci sono fiumi di gente, e la è risposta politica europea chiara: i migranti non li vogliamo. Ha iniziato a settembre 2015 l’Ungheria, con il muro, e da allora la chiusura è diventata sempre più aspra.”

I flussi non si sono mai fermati e mai si fermeranno però e la rotta cambia, come Silvia Maraone può vedere ogni giorno sul campo. “Il primo cambio della rotta, dopo la chiusura dell’Ungheria, avvenne dalla Serbia alla Croazia, nel 2016, anno dell’accordo tra Ue e Turchia, quando molte persone rimasero incastrate tra Serbia e Grecia, e nel 2017-2018 iniziarono a muoversi verso la Croazia, meno verso la Romania e l’Ungheria. Nel 2018 il flusso si sposta ancora: Serbia – Bosnia-Erzegovina – Croazia, con le violenze sui migranti della polizia croata, oppure Grecia – Albania – Montenegro e ancora Bosnia-Erzegovina. In generale, la chiusura è sempre più forte, e l’Italia post Covid non fa differenza, riammettendo informalmente in Slovenia persone alle quali si nega il diritto di presentare domanda di protezione. Una politica di espulsione totale, di violazione di diritti, un fallimento dell’Ue.”

Le violenze della polizia croata, grazie al lavoro della società civile e dei media indipendenti, è stato portato all’attenzione delle istituzioni europee. Per la prima volta, due agenti croati sono stati incriminati per le violenze sui migranti. Secondo Silvia Maraone, però, non c’è nulla di nuovo.

“Sono stati riconosciuti gli episodi di violenza di due poliziotti, ma non è un cambio della politica croata. È una mossa mediatica, che racconta di un segnale di buona volontà per i volontari attivi nella zona e per i media indipendenti, ma potrebbe essere solo un capro espiatorio, se non c’è un cambio politico. Che non si vede, anche nell’opinione pubblica locale, dove sui gruppi Facebook i poliziotti son le vittime dei perfidi migranti. Premesso che le violenze non sono solo della polizia croata, ma anche dell’esercito ungherese, delle polizie di Romania e Bulgaria, serve un cambio del sistema altrimenti non cambia nulla. E nel raccogliere le denunce, ci scontriamo con il terrore dei migranti che non denunciano per paura di ritorsioni.”

Le violenze continuano, in un sistema che si chiude sempre di più, ma la rotta non si ferma, magari cambia. “Adesso è interessante capire cosa accadrà con la chiusura del cantone di Una Sana. Forse si sposterà più a sud, in Croazia, una rotta secondaria in Erzegovina, a Knin o appena sotto Mostar per poi risalire la costa. In generale si è spostato anche l’arrivo: non più tanto Trieste, dopo le riammissioni, ma Gorizia, Udine e Palmanova. I prezzi son quelli: 4500 – 5000 euro, ma potrebbero cambiare. Nuovi passaggi, nuove tariffe. Non cambierà nulla se non si interviene con una massiccia organizzazione di aiuti a queste persone e di redistribuzione sul territorio della Bosnia-Erzegovina, migliorando l’accoglienza, come a Trieste, dove con le misure per il Covid la situazione è satura e sono sempre i volontari, lungo la rotta, a darsi da fare, tentando di non farsi arrestare o aggredire.” 

di Christian Elia