Respingimenti e naufragi al tempo del Covid-19

29 aprile 2020 tra Libia, Tunisia, Malta ed Italia

La storia che sto per raccontarvi si svolge in una fase della nostra epoca imprevista ed inaspettata. In piena emergenza globale continua a non arrestarsi il flusso migratorio che aggiunge un’ aurea di ulteriore sconforto alle perdite che giornalmente vediamo succedersi in patria e, sembra proprio ricordarci che nessuna pandemia può essere utilizzata come scusa per lasciare morire esseri umani, ovunque essi siano. I traffici  del mare hanno ripreso la loro danza nella settimana di Pasqua, riportando alla luce scenari sempre più complessi ed oscuri. Ancora una volta gli eventi evidenziano le differenze, pratiche ed ideologiche, fra l’importanza di chi crede e l’indifferenza di chi ha potere nello scenario di quei diritti umani fondamentali dell’uomo che, in teoria, dovrebbero essere uguali per tutti. Questo è il resoconto sofferto di un susseguirsi di violazioni, cecità e disumanità che emergono crude in un tempo in cui ben più alte riflessioni avrebbero dovuto arricchirci. Ma, procediamo a ritroso e ricostruiamo quanto è silenziosamente avvenuto nel mese in corso.

Lo scorso 1 aprile si è inaugurata la missione europea Irini, che prevede l’impiego nel Mediterraneo delle navi militari di alcuni paesi per il controllo dell’embargo nei confronti della Libia. Precedentemente (il 26 marzo 2020), l’Italia, colpita duramente al cuore dal Covid-19, aveva avvisato l’Ue che non avrebbe potuto tenere i propri porti aperti nel tentativo di arginare il contagio.

La mattina del 6 aprile, complice lo scenario bellico fuori controllo esploso in Libia, centinaia di profughi, hanno ripreso il loro viaggio per la sopravvivenza dalle coste del Nord Africa. La Alan Kurdi di Sea Eye Org, era al momento l’unica nave civile presente nel Mediterraneo Centrale, ed ha soccorso 68 persone a rischio di naufragio in acque internazionali, a 30 miglia a nord di Zuara. Soccorsi difficili, con spari in aria dal solito ignoto motoscafo di miliziani libici (GACS) della zona. 

Nel mentre a Lampedusa 34 migranti, di cui 11 donne, sbarcavano autonomamente con un barchino di legno, la Alan Kurdi si avviava verso un secondo soccorso salvando altre 82 persone da una barca di legno alla deriva, tra cui una donna incinta, anch’ella fortunatamente salva insieme alle 184 persone soccorse in quel sol giorno.

L’8 aprile, in completa controtendenza con quel che stava avvenendo sotto gli occhi di tutti ma, assolutamente in linea con le misure precauzionali di lock down previste per l’emergenza Covid-19, il Governo Nazionale decretava che
l’ Italia non era più considerabile come “un porto sicuro” (POS).
 

Una decisione senza precedenti nella storia italiana ma che, specifica il decreto, riguarda solo le navi straniere. Il provvedimento ha carattere generale ma è evidente che, le navi delle ONG, le sole unità al momento impegnate in operazioni di salvataggio nel Mediterraneo Centrale, ne siano direttamente coinvolte.

Il Ministero degli Esteri italiano ha provveduto ad  informare la Germania che il nostro paese non può più concedere i suoi porti per lo sbarco dei migranti salvati nel Mediterraneo a causa dell’emergenza coronavirus. Pertanto, la Alan Kurdi, battente bandiera tedesca, al termine della quarantena, trasferirà i 150 naufraghi a bordo nelle diverse città tedesche resesi disponibili all’accoglienza. 

Il 10 aprile, un omicidio volontario sta per perpetrarsi nel Mediterraneo Centrale. Da almeno 5 giorni vi sono in mare 280 persone su 4 imbarcazioni che stanno rischiando la vita! Una giovane madre, incinta e con la figlia minore di 7 anni di nome Rai (in eritreo ራኢ Visione Divina), riesce a lanciare un SOS di allarme ma, le autorità maltesi rifiutano il soccorso. Di questa imbarcazione e della piccola Rai, si perderanno le tracce per giorni. Nel mentre, altri 2 natanti, sovraccarichi, rispettivamente con 101 e 77 persone a bordo, riescono miracolosamente a salvarsi e a raggiungere Porto Palo e Pozzallo in Sicilia. 

Il 13 aprile, la Aita Mari, piccola imbarcazione battente bandiera spagnola, salpa dal porto di Siracusa per rientrare in terra basca ed intercetta e salva( senza fra l’altro essere equipaggiata per tale soccorso) altre 47 persone da uno di quei quattro gommoni alla deriva da giorni. È proprio quello da cui era partito l’SOS,  la piccola Rai e sua madre sono salve!

Al 14 aprile nessuno è più in grado di localizzare e di fornire comprovate informazioni circa il quarto gommone intercettato il giorno di Pasqua. Sappiamo solo, per certo, che:

  1. 178 persone sono sbarcate autonomamente a Porto Palo e a Pozzallo;
  2. 150 persone sono state salvate ed in quarantena sulla tedesca Alan Kurdi;
  3. 47 persone sono state salvate ieri dalla spagnola Aita Mari (fra cui Rai e la sua mamma incinta);
  4. 55 persone sono disperse dal 12 aprile.

Di quest’ultimo natante si avranno notizie solo mercoledì 15 aprile, quando l’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni (OIM) confermerà che un motopesca libico è al largo del porto di Tripoli, in attesa di far sbarcare 47 persone. A bordo vi sono cinque corpi senza vita ed altri sette, secondo le testimonianze dei sopravvissuti, sono annegati. 12 persone sono morte, dopo sei giorni in mare, alcuni di stenti senza né cibo né acqua, altri annegati in condizioni meteo marine infauste. Dopo giorni in cui era ignota persino la loro identità, ora per 6  di loro vi è un volto e persino un nome. Si chiamavano: Filimon Bashay, Hdru Yemane, Omer Seid, Debesay Rusom, Huruy Yohannes, MogosTesfamichael.

La più spaventosa delle ipotesi è diventata realtà: la quarta imbarcazione di cui si erano perse le tracce è stata respinta in Libia.

Il 19 aprile un altro sbarco autonomo nella notte a Lampedusa.
38 persone tra cui 15 uomini, 5 minori e 18 donne (di cui due donne incinta, una al nono e l’altra all’ottavo mese di gravidanza).

La notte del 25 aprile, giornata in cui in Italia, ogni anno, si celebra da 75 anni la festa della Liberazione dal nazifascismo, uno sbarco autonomo di migranti a Lampedusa, partiti dalle coste libiche e tunisine su una imbarcazione di fortuna. Erano in 56, fra loro 16 donne e 5 minori, di diverse nazionalità fra cui Guinea, Camerun e Tunisia.

Il 28 aprile un altro sbarco autonomo sulle coste di Lampedusa. 100 persone fra cui 49 uomini, 44 donne e 7 minori sono ora in attesa di essere trasferiti altrove per svolgere la prevista quarantena dato che, l’hotspot dell’isola è già completo.

Il 29 aprile, nella notte, ad Alarm Phone sopraggiunge ancora una richiesta di soccorso. Nella zona SAR di Malta vi sono 62 persone, fra cui 13 donne e 6 bambini. La Guardia Costiera maltese competente non risponde alla segnalazione e, in queste ore, si teme possa ripetersi quanto avvenuto il 14 aprile, quando un peschereccio libico, respinse a Tripoli l’imbarcazione con a bordo, inizialmente, 55 naufraghi (12 di loro persero la vita durante il viaggio).   Ad oggi, sembrerebbe che lo stesso peschereccio, identificato con il nome di Dar Al Salam 1 (chiamato anche Mae Yemenja), stia operando in egual modo in “cooperazione” con le Autorità maltesi.

Questo crimine non può ripetersi! Continuiamo ad assistere impotenti dinanzi ad un vero e proprio traffico di esseri umani che vede, nel mezzo, persone che una vita non ce l’hanno più già da moltissimo tempo ed i cui diritti continuano ad essere barbaramente calpestati. Da una parte imprigionate fra le violente ripercussioni di una esistenza già sfortunata, tragica e precaria in una terra di passaggio, quella libica, oggi devastata anche da una guerra civile che non lascia spazio alle speranze; dall’altra parte, respinte in mare e senza la prospettiva di un luogo che le accolga e che abbia cura di loro. Persone fra una guerra vera, esplosa e azzittita dalle già di per se tristi notizie sulle vittime mondiali di un virus che spinge l’attenzione di noi tutti per lo più verso non chiari decreti ed i suoi interrogativi. Mentre ci si domanda cosa si intende per “fase 2”, se potremmo uscire a fare jogging e a quale grado di parentela si estende il termine “congiunti”, ad aprile 2020 si muore ancora così, senza un volto, senza un nome. È l’epilogo triste di un farraginoso meccanismo di procedure, di rimbalzi e di inchieste del giorno dopo fra navi pirata fantasma e Governi, rei di illegali e disumani respingimenti, che negano i soccorsi e che agiscono, arbitrariamente, in nome di un diritto che non c’è.

In questa storia, 654 naufraghi sono sopravvissuti ma di altrettanti di loro non si hanno più notizie, dispersi in un mare ed in una terra in cui nessuno li cercherà più. La pandemia non può giustificare l’orrore, la negazione della libertà, della dignità e della perdita di così tanti esseri umani e per impedirlo, servirebbe un accordo di solidarietà tra gli Stati membri dell’unione. E, questo, è solo quanto accade nel Mediterraneo Centrale.

di Eleana Elefante