Detenzione migrante ai tempi del Covid

Il rapporto della Coalizione Italiana Libertà e Diritti Civili

Un lungo, complesso e doloroso elenco di mancanze. Il rapporto Detenzione migrante ai tempi del Covid, a cura dell’avv. Gennaro Santoro e delle dottoresse Flaminia Delle Cese e Paola Petrucco, realizzato per la Coalizione Italiana Libertà e Diritti Civili (CILD), ha la capacità di mappare le situazioni detentive e concentrazionarie sul territorio italiano che la pandemia globale ha reso ancora più deficitarie.

La prima mancanza è quella di informazioni: sappiamo tutto (o crediamo di sapere) dei numeri degli sbarchi e degli ingressi in Italia, giorno per giorno, ma è impossibile ricevere dati sulle prigioni amministrative dove vengono tenute queste persone. 

Manca anche un controllo dei giudici sulle situazioni dei vari hotspot in Italia dove permane una ‘sospensione’ dei diritti delle persone che vengon trattenute senza che un giudice abbia deliberato in merito. In questo senso, il governo italiano ha già subito una condanna (sentenza Khlaifia) da parte della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, proprio per la detenzione nel 2011 di cittadini tunisini privati della comparizione davanti a un magistrato.

Il rapporto analizza dati raccolti tra febbraio e giugno 2020 relativi agli arrivi via mare, ai trattenimenti presso i Centri di Permanenza per il Rimpatrio (CPR), agli hotspot, alle altre strutture ad hoc e alle navi-quarantena. Il trattenimento di cittadini stranieri nel periodo di emergenza sanitaria, anche a causa della sostanziale chiusura delle frontiere terrestri, ha registrato una forte concentrazione di persone.

“Nel momento in cui veniva ultimata la scrittura del rapporto (2 luglio 2020)”, spiega la CILD, “risultavano presenti 451 persone negli hotspot, 332 nei CPR, 207 sulla nave Moby Zazà e un numero indefinito, per inesistenza di dati al riguardo, di persone trattenute tra strutture ad hoc aperte durante l’emergenza epidemiologica in Sicilia.”

Un focus è  dedicato alle navi-quarantena introdotte dopo il cosiddetto Decreto Porti Chiusi del 7 marzo 2020, che ha stabilito che durante tutto il periodo dell’emergenza sanitaria i porti italiani non possano essere considerati Place of Safety per navi battenti bandiera straniera che hanno condotto operazioni fuori dall’area SAR italiana. 

Sono quindi state individuate due navi, prima la Raffaele Rubattino e poi la Moby Zazà, hotspot galleggianti al largo rispettivamente di Palermo e di Porto Empedocle, che hanno accolto e continuano ad accogliere le persone sbarcate da imbarcazioni battenti bandiera straniera, o arrivate autonomamente sulle coste siciliane.

La Cild chiede a gran voce, per superare le costanti violazioni dei diritti, sostenute dalla logica dell’emergenza sanitaria, dei cittadini in detenzione amministrativa, di far proprie le indicazioni dell’International Detention Coalition sulle soluzioni alternative alla detenzione.

A questo, che vale in generale, si aggiunge la criticità delle navi-hotspot che – nel rispetto delle norme sanitarie che riguardano tutti – non devono essere dei ghetti dove confinare esseri umani, in un clima di sempre maggior disumanità nel Mediterraneo. 

La pandemia ha amplificato gli effetti delle politiche concentrazionarie, che già esistevano, mostrando ancora di più quanto sia urgente una revisione globale delle politiche migratorie.

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di Christian Elia